mercoledì 29 aprile 2015

Monte Jenca, 2208 m. (Gran Sasso d'Italia)

Gli assolati pendii che si innalzano sulla conca aquilana formano una lunga e compatta muraglia, la catena occidentale del Gran Sasso, un baluardo solcato da lunghi canali paralleli che dalla base salgono fin sulle creste sommitali, intervallate da una serie di vette quasi perfettamente coniche e allineate.
 
Qui la neve è la prima ad andare via, lasciando il posto ad estese praterie color ocra, dove i primi fiori di stagione iniziano a far capolino fra la fitta macchia bruciata dal gelo.

Alla base della muraglia corre una delle strade più belle e suggestive dell’intero Appennino che unisce l’antico borgo di Assergi con la strada per il Passo delle Capannelle.
Il nastro d’asfalto si insinua in un ambiente dal sapore bucolico, d’altri tempi, dove mandrie di animali da pascolo animano le praterie spingendosi dal fondovalle fin sulle cime erbose.
Macchie di pioppi secolari, segnano i fossati mentre fitti boschi di querce e conifere si alternano ad ampie radure dove vecchi stazzi e antiche masserie di montagna punteggiano le colline ondulate. 

Un piccolo gruppo di case si distingue tra tutte. E’ San Pietro della Jenca, una frazione di Assergi in cui si trova una piccola chiesetta di montagna, eletta da poco a Santuario, intitolato al Papa Giovanni Paolo II. Questo posto merita certamente una visita.

Procedendo lungo la strada, poco più avanti dell'incrocio di San Pientro della Jenca, si nota un cartello sulla destra con l’indicazione della Sorgente dell’acqua San Bernardo, a quota 1260. 
Qui si può parcheggiare in un amplio slargo. La vetta erbosa del monte Jenca è già visibile da qui. 
Il punto di partenza è caratterizzato dalla presenza di alcuni esemplari di pioppi plurisecolari che donano al sito una nota di interesse botanico. 

La giornata è serena. Non un filo di foschia e il vento è assente. L’unico suono che si ascolta è quello dell’acqua che scorre nel fossato e alimenta due fontanili.

Iniziamo la salita seguendo una comoda strada che costeggia il fosso, poi la lasciamo piegando leggermente a destra e rimanendo sempre nel vallone. 

Dopo circa venti minuti dalla partenza giungiamo ad un rifugio a 1410 metri di quota. Qui facciamo una breve sosta entrando all’interno della struttura dove troviamo un ambiente piuttosto ben curato e ricco di accessori per bivaccare in tutta comodità. 







Un soppalco abbastanza capiente permette ad almeno 6-7 persone di trascorrere la notte. 














Proseguiamo il nostro cammino aggirando il rifugio in ripida salita e puntando verso una formazione rocciosa costituita da una serie di grandi monoliti, unici in un ambiente quasi esclusivamente caratterizzato da praterie.

Da qui la salita rimarrà sempre molto ripida e costante per coprire i circa 700 metri di dislivello fino ai 2000 metri del Piano di Camarda.

Anche se esiste un sentiero, noi non lo troviamo e sfruttiamo i lunghi solchi paralleli lasciati dagli animali da pascolo che sul pendio hanno formato una sorta di immensa scala che risaliamo con fatica fino ad intercettare una strada carrozzabile alla quota di 1900 metri.  


Qui facciamo un incontro inaspettato e un po’ rischioso con una vipera appena risvegliata dal letargo invernale. Il suo soffio di avvertimento, forte e distinto, ci ha fatto capire che stavamo violando il suo spazio vitale. Se non fosse stato per il suo “grido d’allarme”, probabilmente l’avrei calpestata e le conseguenze non so se sarebbero state letali per lei o per me!
Per fortuna ci è andata bene e ci siamo limitati a fotografarla restandone in ogni caso affascinati.


La Natura è sempre ricca di sorprese, a volte non sempre gradevoli al primo impatto ma necessarie a comporre quello straordinario caleidoscopio che osservato nell’insieme ci affascina ogni volta. La consapevolezza di sapere che ogni elemento è necessario all’equilibrio di tutto l’ecosistema ci spinge ad amare anche le cose che il nostro istinto atavico tende a farci respingere.


Proseguiamo ora sulla comoda strada quasi senza pendenza che si infila nella sella tra il Pizzo Camarda e il monte Jenca. Il respiro ritorna regolare e le gambe si rilassano.
Passiamo davanti ad un grande stazzo quasi sepolto dalla neve. A causa dell’assenza di finestre, notiamo che all’interno la neve ha praticamente occupato ogni spazio e in alcuni punti è salita fin sui soffitti trasformando quella struttura in una sorta di neviera.



Dopo lo stazzo l’ambiente cambia totalmente assumendo caratteri alpestri e con la neve alta che ci costringe ad indossare le ciaspole. In poche decine di metri dallo stazzo giungiamo sul Piano di Camarda, una conca carsica a circa 2000 metri di quota, aperta e luminosa dove i due laghetti che ne occupano una parte, dormono ancora sotto una spessa coltre di neve e di ghiaccio.
Più a destra le vette dei due Corni e del Pizzo Intermesoli completano il quadro d’insieme.

Straordinario colpo d’occhio sul monte Corvo, uno dei più severi e quasi inviolabili giganti del Gran Sasso, con i suoi caratteristici archi rocciosi paralleli che ne disegnano il profilo tipico.

Mancano soltanto 200 metri di dislivello per raggiungere la vetta del monte Jenca che da qui ci appare come una bassa collina innevata.
Si sale gradualmente ed i panorami verso quelle montagne che dal Piano di Camarda già ci apparivano completi, assumono un aspetto ancora più aereo e incredibilmente spettacolare. 

Ed eccoci in vetta, a 2208 metri di quota.
Voltiamo lo sguardo verso nord ovest e il vicino monte San Franco ci appare in tutta la sua interezza. 
Poi guardiamo a nord, dove la tormentata superficie del lago di Campotosto colora di un azzurro intenso il paesaggio, sovrastato dall’innevato Monte di Mezzo, primo avamposto occidentale dei monti della Laga.
Più ad est il monte Corvo è il primo di una serie di grandi montagne che compongono un eccezionale panorama.



Restiamo in vetta poco più di un’ora ma il tempo come sempre in queste occasioni sembra volare, un po' come quel vento che nel frattempo si è alzato da est, abbassando la temperatura e sibilando tra le pietre ed i fili d’erba secca. Il cielo è completamente sereno. Decidiamo di scendere direttamente sui ripidi prati della dorsale ovest, ricollegandoci con il percorso fatto in precedenza, in pratica senza ripassare dal Piano di Camarda.



La montagna, da sempre scuola di vita, anche questa volta ha creato come tante altre volte l’occasione per confrontarsi con il compagno d’avventura del momento, facendoci esternare ciò che nella vita di tutti i giorni resta dentro di noi, bloccato dalla corazza trasparente che inconsciamente ci costruiamo per difenderci dalla vita e che qui, tra i panorami sterminati e queste pietre battute dal vento, trova libero sfogo.  











Dopo una lunga discesa giungiamo al fontanile dove ci bagniamo con l’acqua della sorgente, freschissima e invitante. 
Poi ci spostiamo di poco verso San Pietro della Jenca dove nell’invitante area di pic nic antistante il piccolo Santuario consumiamo pizze dolci e salate, annaffiate da birra fresca.




L’ambiente, inserito in una magnifica cornice di montagne innevate, prati verdi e alberi in veste primaverile ricoperti di fiori rende ancora più godibile quel momento.



E’ come se la montagna si fosse in un certo senso animata, dandoci una carezza finale dopo un itinerario tecnicamente impegnativo e spesso faticoso, anche se straordinariamente panoramico.












giovedì 5 marzo 2015

L'odore della neve

Dal caldo e accogliente abitacolo della macchina, la conca reatina ci appariva nelle prime luci del giorno già discretamente innevata e immersa in un’atmosfera quasi ancestrale, in un foschia grigio-azzurra che si posava immobile e leggera come un velo da sposa sulle campagne circostanti.

Giungiamo al piccolo paese di Vazia, la porta occidentale del Terminillo. Qui il manto nevoso era decisamente più consistente e di un bianco abbagliante sotto i primi raggi del sole. 

Proseguiamo sulla strada che sale decisa verso la montagna di Roma ma soltanto dopo il grande prato di Pian de Rosce, a poco più di 1000 metri di quota, il paesaggio diventa surreale, con i faggi carichi di neve fresca, caduta fino a poche ore prima.

La strada sale ancora e all’altezza del camping ci appare lo svettante campanile a cuspide della chiesa di San Francesco, che preannuncia l’abitato di Pian de’ Valli. Lo superiamo proseguendo verso il rifugio Sebastiani, ma la neve blocca il transito costringendoci a parcheggiare alla rotatoria.
L’imprevisto non ci disturba e ci adattiamo alla nuova situazione proseguendo a piedi verso il rifugio, immergendoci in un paesaggio bloccato dal gelo e immerso nella sua silenziosa immobilità, nel regno dell’inverno più severo.


Ed è qui che avverto l’odore della neve. Una sensazione, non qualcosa di oggettivo.
E’ un odore che non si sente con l’olfatto ma si percepisce con gli altri sensi. 

Difficile da spiegare ma lo abbiamo sentito tutti, provando la stessa sensazione di un qualcosa di indefinibile.
Prendo la neve in mano. E’ asciutta e impalpabile. L’avvicino al naso e percepisco quell’odore. 

Osserviamo il paesaggio intorno soffermandoci sui particolari, i granelli di ghiaccio che brillano al sole, il silenzio quasi ossessivo e percepisco ancora quell’odore così asettico.

Poi riprendiamo a camminare ed i nostri passi nella neve creano un frastuono che ci distoglie da quella sorta di contatto simbiotico con l’ambiente ma quell’odore si fa persino più forte con l’aumentare del ritmo del nostro respiro.
Raggiungiamo il rifugio dove bivacchiamo al lungo. 

Il programma era quello di salire sul monte Elefante ma ormai si è fatto tardi ed è quasi ora di pranzo.

Poi il rumore di un motore in lontananza spezza il silenzio. E’ uno spazzaneve che sta liberando la strada e risale lentamente i tornanti fino al rifugio. Dietro di lui c’è una breve fila di macchine tra cui quella di Maurizio, il gestore del rifugio, che da lì a poco più di un'ora ci preparerà la sua mitica polenta con la salsiccia.

Poi, dopo un caffè e una bella chiacchierata condita dalle sue celebri e accattivanti filosofie, di nuovo giù, lungo la strada fino alla macchina, a respirare ancora l’odore della neve. 








venerdì 23 gennaio 2015

Pizzo Camarda (Gran Sasso d'Italia) - una giornata perfetta

Il cielo è ancora pieno di stelle mentre guido in una fresca mattina di gennaio.
E’ un momento della giornata in cui prevale ancora il silenzio, prima che l’oscurità ceda il posto alla luce del giorno e il mondo riprenda le attività quotidiane con i soliti rumori che invadono la maggior parte degli spazi. Viaggio con l’autoradio spenta per godermi ancora quel silenzio e concentrarmi meglio. 

Sento addosso quella piccola dose di ansia sempre presente ogni volta che vado incontro ad una nuova esperienza, ma so che fa parte del gioco perché senza di quella sarei come un finto artista da palcoscenico che delude il suo pubblico recitando senza emozioni.

Mi dirigo senza correre verso il luogo di appuntamento dove troverò gli amici Caterina, Alessandro e Andrea che mi aspettano.

Lungo il tragitto mi sorprende la nebbia, dapprima come un fumo chiaro e lieve che dai fossati risale lungo il fianco dei colli, catturando la luce artificiale che illumina alcuni tratti di strada, poi sempre più densa ed estesa fino a ricoprire le pianure e invadere l’autostrada.
Diminuisco l’andatura cercando attentamente di individuare i segnali stradali che mi guidano fino al luogo dell’appuntamento. Alcune telefonate dei miei amici mi fanno capire di essere in ritardo e che mi hanno già dato per disperso ma alla fine mi unisco a loro, ci riuniamo in una sola macchina e ripartiamo tutti insieme verso l’Abruzzo.

Lungo la strada, il chiarore dell’alba tinge il cielo di rosa e la luce del giorno conquista gradualmente la scena.  Anche la nebbia sembra farsi meno fitta svelando profili di colline e montagne che ora ci appaiono più nitide e dai colori brillanti sotto un cielo dalle sfumature turchesi.

Il nostro viaggio in auto termina lungo la strada che va da Assergi al passo delle Capannelle, in un piccolo slargo dove parcheggiamo, in corrispondenza del bivio per il piccolo Santuario di San Pietro della Ienca, una deliziosa chiesetta di campagna che Papa Giovanni Paolo II frequentava in segreto per abbandonarsi alla contemplazione di quelle montagne che lui amava tanto. Il luogo è davvero straordinario, inserito in un contesto naturalistico e paesaggistico di grande suggestione, pace e serenità che andrebbe visitato almeno una volta nella vita.



Iniziamo a camminare carichi di entusiasmo, calpestando la terra ghiacciata di un largo sentiero che ben presto abbandoniamo per salire più direttamente verso l’imponente bastionata alla base della catena occidentale del Gran Sasso. 
L’erboso crinale risulta molto scosceso e inciso da profondi solchi oscuri e silenziosi che il sole ancora radente non riesce a illuminare e dove resistono lunghi nastri di neve modellata dal vento. Fitte macchie di profumati ginepri punteggiano la prateria e le mucche al pascolo ci rivolgono il loro sguardo assente ma curioso.



La salita è molto faticosa e il sudore si fa strada sulla nostra fronte incoraggiato anche da un tiepido sole che scalda l’aria. Il cono semi innevato del Pizzo Camarda ci appare a destra, sempre alla stessa distanza nonostante i nostri sforzi per raggiungerlo ma volgendo il nostro sguardo all’indietro, ci accorgiamo che la valle sotto di noi si allarga allontanandosi sempre di più, e questo è un buon segno.  

Dopo un ultimo faticoso strappo in salita, raggiungiamo un largo sentiero, quello ufficiale, che corre di traverso sul fianco della montagna e che di conseguenza attenua la pendenza e soprattutto la nostra fatica. Riprendiamo un po’ di fiato e con un passo più regolare e spedito giungiamo ad un rifugio abbandonato. Qui ci concediamo una breve sosta, curiosando all’interno della struttura dove scopriamo che le stanze  sono invase da una spessa coltre di neve entrata dalle porte e dalle finestre rotte. Proviamo ad immaginare che bella corrente d’aria doveva esserci all’interno del rifugio durante le bufere. In alcuni angoli delle stanze lo spessore della neve raggiungeva quasi l’altezza di una persona.
Usciamo dal rifugio e riprendiamo il nostro cammino percorrendo un largo avvallamento molto innevato e in lieve salita, chiuso ai lati da due rilievi da cui il vento aveva spazzato via la neve lasciando allo scoperto un fitto manto di erba gialla con alcuni cardi rinsecchiti dal capolino ripiegato all’ingiù, come in un lungo e infinito inchino.
La neve è più spessa ma si cammina agevolmente grazie alla superficie indurita dal gelo.



Brevemente giungiamo allo splendido Piano di Camarda, un sorprendente ambiente piatto e regolare che ci dà subito l’impressione di essere uno di quei luoghi ai confini del Mondo, che non si è capaci di ricostruire neppure con una spiccata immaginazione. 

Nel pianoro si adagiano due piccoli laghi ghiacciati tra praterie color giallo ocra e macchie di neve che ravvivano l’insieme. 

Il cielo azzurro contrasta con i prati bruciati dal gelo. Il sole si riflette con una luce abbagliante sulla superficie bianca e lucida dei laghi lungo le cui rive il vento ha modellato la neve in onde sovrapposte che si perdono nella pianura fino a confondersi tra la neve più distante.

Anche qui notiamo vecchi cardi dai fusti tutti piegati nella stessa direzione, come tanti soldatini arresi dalla violenza degli agenti atmosferici.  

Verso nord, un vasto e movimentato panorama si perde fino alla linea dell’orizzonte ma ciò che cattura lo sguardo e domina su tutto è la brillante superficie celeste del lago di Campotosto, circondato da un tripudio di alture, rilievi, macchie boscose, vette innevate e altri mille elementi dai diversi colori che creano il più bel quadro impressionista di sempre. 


Sul Piano di Camarda si supera la quota dei 2000 metri.
Lo attraversiamo da un lato all’altro raggiungendo la parte più orientale del prato, da dove ha inizio la cresta panoramica che ci porterà in vetta.

I miei amici mi distanziano con un passo più veloce, mentre io mi soffermo ancora per un momento accanto ad uno dei due laghi ghiacciati, quello più orientale e grande, per cercare qualche altra interessante inquadratura e scattare l’ultima foto.

D’improvviso un rumore metallico desta la mia attenzione, come di colpo sordo e forte che si ripercuote nello stomaco. Poi, dopo qualche secondo un altro, meno forte del precedente. E’ la superficie ghiacciata del lago che geme sotto la pressione del ghiaccio che si assesta. 
La voce del ghiaccio.
Mi fermo un attimo ad aspettare nella speranza di risentire quella “voce”, ma vedo i miei amici che si allontanano e devo affrettarmi per raggiungerli.




Affrontiamo l’inizio della cresta in ripida salita. Ultima fatica della giornata ma anche la più bella ed emozionante. Da questa posizione infatti, si svela il profilo di uno dei tanti giganti del Gran Sasso, il più arcigno per carattere, il più ostico da domare che se ne sta lì isolato da tutti, inviolabile come un tempio sacro, invincibile come il più valoroso dei soldati dall’armatura d’argento che scintilla al sole, riconoscibile tra mille montagne, con le sue rocce stratificate disposte in lunghissime bande orizzontali, il monte Corvo, 2623 metri di fiera bellezza.   


La visuale ci invoglia ancora una volta a sostare e scegliamo quella muraglia rocciosa come sfondo alle nostre foto. L’aria è limpida, il cielo è terso. La luce del sole rende la neve più bianca e brillante sulle rocce rossastre del monte Corvo creando bellissimi contrasti. Quasi ci dispiace lasciare quel balcone panoramico che offre così tanto splendore,  ma si deve proseguire per raggiungere la vetta che ormai è prossima.

Refoli di vento si alzano da est con raffiche talvolta anche molto forti. 

Il versante che percorriamo è esposto e non possiamo evitare il forte respiro della montagna. L’erba ondeggia con movimenti veloci mentre l’aria sibila tra le rocce basse. 

Proseguiamo piegando leggermente sul crinale occidentale, sempre in salita e sempre più prossimi alla vetta. 




Ormai manca davvero poco e la stanchezza viene annullata dalla consapevolezza di aver finalmente terminato l’impresa. Anche il vento sembra essersi attenuato. 

Alessandro e Andrea hanno già raggiunto la vetta, li vedo mentre trafficano intorno alla piccola ed elegante croce di vetta. Caterina è a pochi metri davanti a me ed io chiudo la fila. 
Giungiamo quasi insieme dopo pochi istanti.



In vetta il vento riprende a soffiare forte, sempre da est e sembra quasi un genitore apprensivo e protettivo che si preoccupa per noi e ci spinge lontani dall’immane strapiombo che precipita dal bordo della vetta fino a perdersi sul fondo della parete orientale.
















In fondo all’abisso c’è una selvaggia valle, innevata e ombrosa, poi altre immani pareti di roccia si elevano fino a formare una profusione di cattedrali di roccia, concatenate tra di loro grazie a creste che ne seguono i profili e poi precipitano di nuovo in basso formando altre strette valli che poi a loro volta si impennano alzandosi vertiginosamente fino a culminare con altre vette dagli eleganti profili. Vette celebri come il Pizzo d’Intermesoli, il Corno Grande e il colossale baluardo delle Malecoste, intarsiato da una miriade di pinnacoli rocciosi incrostati di ghiaccio, dove il volo fiero e roteante dell’aquila sottolinea la solennità di ogni elemento che compone il quadro.





E’ il cuore del Gran Sasso, un cuore di rocce, neve e ghiaccio, dove lo sguardo si posa e non può più distogliersi, come se l’osservatore attento e sensibile traesse nutrimento per alimentare la sua anima.

Verso ovest, le pianure, gli altopiani e le montagne lontane si susseguono in un continuo alternarsi di profili azzurri che sembrano sospesi sulle chiare foschie di fondovalle.  




I paesi sparsi nelle conche e in cima alle colline scandiscono il carattere più antropico del versante occidentale. 

La linea di cresta del Pizzo Camarda segna proprio il confine tra questi due mondi così diversi.
Dopo una sosta in vetta, ci apprestiamo a scendere di qualche decina di metri sulle dolci e ondulate praterie verso il dolcePiano di Camarda, dove anche il vento cala d’intensità permettendoci di pranzare in tutta tranquillità e riposarci. In una giornata così perfetta non poteva mancare il gusto di assaporare un pasto semplice ma ricco di prelibatezze, in gran parte condivise, come lo squisito pan giallo di Andrea e i due fragranti strudel di Caterina.

Il ritorno avviene per la stessa via di salita, con qualche variante che ci porta a percorrere uno stretto sentiero che zigzagando addolcisce l’estrema ripidità del versante e ci porta su un vasto prato in lieve discesa, ricco di macchie di ginepri profumati e altre piccole conifere.
Infine, raggiungiamo la larga via sterrata di inizio percorso che ci porta alla macchina.

















lunedì 27 ottobre 2014

Il grande anello del monte Viglio


Il monte Viglio, con i suoi 2156 m.è la massima elevazione dei monti Simbruini, un gruppo montuoso composto da numerose vette le cui creste più orientali segnano il confine tra Lazio e Abruzzo.

Sono montagne dal carattere selvaggio, solitario e affascinante, per di più a poche decine di km. da Roma. Polmone verde del Lazio con vallate e rilievi ammantati da immense foreste dove uomo e ambiente si sono incrociati convivendo in perfetta armonia.

Sebbene fossi già stato in vetta al Viglio tre anni fa,  la giornata aveva il sapore di una nuova avventura mai fatta prima, soprattutto perché a differenza della prima volta, avevamo organizzato un giro ad anello che si sarebbe rivelato tra i più spettacolari mai fatti negli ultimi anni.

Gli elementi c’erano proprio tutti.
Dal punto di vista geologico si attraversano due splendidi circhi glaciali che donano ai luoghi il vero carattere dell’alta montagna.
Estese foreste di faggi caratterizzano il percorso iniziale fino a oltre 1700 metri di quota.
Successivamente ci si ritrova su ampi pascoli e praterie d’alta quota che occupano gli ambienti sommatali.
Dal punto di vista paesaggistico, grazie alla posizione particolarmente strategica del massiccio, si godono eccezionali panorami sulla maggior parte dei gruppi montuosi dell’Appennino abruzzese come il Gran Sasso, la Majella ed i monti del Parco Nazionale d’Abruzzo.

Elemento non meno importante è stata la condivisione con l’amico Luigi, con cui sono entrato subito in sintonia contribuendo a rendere la giornata perfetta in ogni piccolo e grande particolare. Una menzione particolare la sua simpatica cagnetta Melody, un vero cane alpinista che pur avendo soltanto tre anni ha già un vasto curriculum di vette conquistate.

Il periodo poi, è quello giusto in cui il bosco assume le tinte più belle della stagione che più amo.



Descrizione dell’itinerario

Le nebbie di fondovalle avvolgevano con un mantello effimero la vegetazione che alla luce di inizio giornata sembrava uscire dalle pagine di un libro di fiabe, mentre i primi raggi di sole inondavano le vette che tra poco avremmo calcato con i nostri passi.
Le guardavamo dal basso in silenzio, mentre erano avvolte in quella delicata luce rosa che dava l’aspetto di un qualcosa di irraggiungibile, come se facessero parte di un altro mondo.
Osservavamo lo spettacolo con una sorta di torpore reverenziale, come se fossimo storditi, forse un po’ per il freddo e per l’ora ma comunque le emozioni ci impedivano di parlare.

In macchina attraversiamo il caratteristico borgo di Filettino a 1075 metri di quota, poi proseguiamo su strada di montagna fino al valico della Serra S. Antonio, 1061 metri dove parcheggiamo.
La grande tabella del Parco è posta ad inizio sentiero dove iniziamo a camminare su piacevole strada sterrata quasi senza pendenza e ci immergendoci in una splendida faggeta dai colori caldi in un’avvolgente atmosfera autunnale. 





In 2 km. giungiamo alla Fonte della Moscosa, punto di partenza per numerosi itinerari nel Parco Regionale dei monti Simbruini. Noi prendiamo il sentiero a sinistra che in poche centinaia di metri ci porta in una vasta radura, ampia come un paio di campi di calcio e circondata da enormi faggi e abeti.

Proseguiamo infilandoci di nuovo nel fitto bosco fino a quando la vegetazione si fa più rarefatta in corrispondenza di una croce in località Madonnina, 1780 m. con una bella statua piazzata sul bordo della dorsale est che precipita verso la val Roveto e segna il confine con l’Abruzzo.

Da qui gran bel panorama sulle montagne di quasi tutto l’Abruzzo.


Lasciamo gli ultimi splendidi faggi secolari, ci alziamo di quota e superiamo alcune rocce entrando in un ambiente selvaggio sulla cresta del monte Piano, 1992 m. tra rocce e vertiginosi affacci con pittoreschi scorci sul versante est del Viglio.





Sempre più su e raggiungiamo i monti Càntari, un trittico di cime in successione di cui le prime due arrotondate e sassose di 2050 m. la prima e 2103 m. la seconda. 
La terza è conosciuta con l’appellativo di Gendarme del Viglio e misura 2113 m.
Superiamo il Gendarme che presenta passaggi di !° e 2° in un divertente canalino su cui Melody ci dà prova della sua agilità alpinistica!








Il monte Viglio visto dalla vetta dei Càntari.
La vetta della montagna e impegnata da giochi di nubi che la fanno apparire come il cratere di un vulcano in eruzione.

Luigi e Melody nel passaggio chiave del Gendarme, uno dei momenti più intensi dell'intera giornata.


Giunti in vetta al Gendarme, un breve passaggio tra prati e rocce ci fa raggiungere la massima vetta della giornata, il monte Viglio, 2156 m.





Una buon’ora di sosta in vetta non ce la toglie nessuno, tra eccezionali panorami e un clima che ricordava una tarda primavera piuttosto che l’autunno.
Come sempre arriva il momento di “smontare le tende” e ci muoviamo verso il versante opposto seguendo un sentiero che in lieve discesa passa sul bel crestone occidentale che abbandoniamo presto, scendendo nel magico ambiente del circo glaciale.



Il crestone ovest

Melody

Qui seguiamo una traccia di sentiero tra ghiaie mobili mantenendoci sempre in quota. 

Il circo glaciale



Poi abbandoniamo temporaneamente la traccia per esplorare una spettacolare penisoletta che si protende verso nord ovest, staccandosi dal circo glaciale.


La penisola è un piccolo mondo a se.
Sul lato frontale risulta sospesa su una foresta di faggi, mentre sui due lati si erge con pareti calcaree sulle ghiaie lunari del circo glaciale. Dal lato posteriore si unisce a questo.
La parte superiore è tutta occupata da una faggeta con alcuni esemplari imponenti e vetusti.
Camminiamo brevemente fino a raggiungere una piccola radura.
Qui, constatato il punto più elevato della penisola, iniziamo a costruire un ometto in pietra, piantiamo un bastone al centro e scriviamo la quota di 1875 metri su una pietra liscia.
La dedichiamo a Melody, scrivendo il suo nome su una pietra liscia.

L'ambiente della faggeta che occupa la piccola penisola.



io e Luigi davanti all'ometto in pietra di Punta Melody, 1875 m. da noi costruito. 

Il pomeriggio incalza. 
La luce diminuisce ma si fa più calda e interessante. Proseguiamo lasciando quel bellissimo piccolo eden e riprendiamo il percorso su traccia di sentiero mantenendoci sempre al limite della fascia superiore della faggeta. Superiamo tre fossi che provengono rispettivamente dalle tre vette dei Cantari e giunti sugli estesi prati del monte Piano seguiamo il pendio erboso fino a raggiungere il sentiero che dopo un lungo e suggestivo percorso tra faggi plurisecolari ci riporta alla Fonte della Moscosa chiudendo l’anello.










Dopo quasi 9 ore, soste comprese e poco più di 11 km. percorsi e un dislivello accumulato di circa 800 metri giungiamo alla macchina, come si dice in questi casi, stanchi ma felici!

Lungo la strada per Filettino, uno dei più bei tramonti ci mette in evidenza tutto il percorso effettuato sulla dorsale occidentale dell’intero gruppo montuoso (monte Piano > monti Càntari > monte Viglio > crestone occidentale > circhi glaciali > prati dei Càntari > monte Piano > faggeta di Fonte Moscosa).   


Senza dubbio una delle più belle escursioni effettuate negli ultimi anni!