lunedì 13 luglio 2015

4 vette per i monti Sibillini: Pizzo Berro, monte Priora, Pizzo Tre Vescovi e monte Acuto

04.07.2015

La consapevolezza di affrontare nuovi itinerari con cime mai viste prima, l’entusiasmo alle stelle per l’incontro con nuovi e vecchi amici, non da meno il lato conviviale che prevedeva due cene in rifugio sono soltanto alcuni elementi del ricco programma previsto per la nostra breve vacanza sui monti Sibillini.  
Interessanti e piacevoli anche le due ore di viaggio in cui abbiamo toccato alcuni borghi antichi di Umbria e Marche. Nel tardo pomeriggio giungiamo a Visso e successivamente nel piccolo villaggio di Ussita dove inizia la strada sterrata in ottime condizioni.che ci porta fino al rifugio del Fargno, a 1820 metri di quota. Qui entriamo e parliamo con il simpatico e disponibilissimo rifugista Andrea che ci indica un punto preciso in cui piazzare le nostre tende e approfittiamo anche per prenotare le due cene. 

Nel piccolo spazio erboso dove ci sistemiamo con le tende, c'è già un ospite con un mini camper. Si tratta di un anziano signore, con barba e capelli bianchi, un po' come il nonno di Heidi. 
Cammina aiutandosi con due bastoni. 
Il suo sguardo vivo trasmette saggezza come tutte le persone anziane ma anche molta energia. 

Da buoni vicini iniziamo a socializzare e dopo le prime battute, capiamo che è lui il professor Heinz Steinkotter, un vecchio alpinista invitato dallo staff del rifugio per la serata di proiezioni in cui sarebbero state visionate un centinaio di diapositive delle sue imprese su alcune delle montagne più note del mondo insieme ad altri personaggi del panorama alpinistico. 

Sarà stata la passione per la montagna che ci accomuna, oppure quel feeling che spesso nasce tra persone che non si conoscono e che ci permette di superare i primi ostacoli della non conoscenza, i nostri discorsi si fanno sempre più fluidi e alla fine dà il via ad una esilarante imitazione del celebre personaggio di Paolo Villaggio: Giandomenico Fracchia. 
A quel punto abbiamo iniziato a credere che da lì in avanti, sarebbe stato un susseguirsi di aneddoti più o meno comici visto che il personaggio in questione amava condire parecchio le sue storie con battute sottilmente ironiche. 

Prima della cena ci godiamo un bel tramonto nei pressi del rifugio, percorrendo un tratto del sentiero verso la forcella Angagnola, la via classica che porta in cima al pizzo Berro che avremo dovuto affrontare l'indomani.

Dopo una semplice cena con pietanze a base di squisite erbette locali, usciamo e aspettiamo il sorgere della luna quasi piena, che intorno alle 22,00 è spuntata dietro il Pizzo Tre Vescovi irradiando con la sua luce bianca tutti i monti circostanti e le poche nuvole presenti nella volta stellata. 
Uno spettacolo davvero sensazionale e suggestivo.  

Le recenti emozioni e la consapevolezza che ciò era soltanto l'antipasto di quello che avrei vissuto nelle successive due giornate mi hanno fatto passare una notte con gli occhi sbarrati fissando il telo della tenda illuminato dalla luna e contavo i minuti perché tutto questo avesse inizio. 

Non appena le prime luci del giorno iniziarono ad illuminare quel mio piccolo spazio in tenda, ho ceduto alla stanchezza assopendomi un po', quando il cinguettio di un uccellino a pochi centimetri da me, mi avverte che sto perdendomi una delle più belle albe di sempre.
 che illuminano le rocce del monte Bove, proprio di fronte al nostro campo base.

Esco dalla tenda e mi guardo intorno registrando con la mente ogni centimetro quadrato del magnifico ambiente ancora avvolto in una tenue luce vagamene rosa. Soltanto la parte più elevata della corona rocciosa del monte Bove, era illuminata da una fascia di luce rossastra che catturava lo sguardo. La valle in basso era ancora avvolta nell'ombra. 
Scatto qualche foto prima di iniziare a fare colazione con Caterina e il nostro vicino di tenda.

Alle 6,30 facciamo una breve colazione contemplando il paesaggio immerso nella tenue luce dell'alba, mentre anche il professore esce dal suo mini camper con un buonissimo caffè da bere tutti insieme. Naturalmente l'occasione è d'oro per raccontarci alcuni aneddoti della sua vita, come già aveva fatto la sera prima, conditi dalla sua consueta forte dose di ironia che ci fa iniziare la giornata con il sorriso sulle labbra.

Saremmo stati ore ad ascoltarlo ma ci attendeva una giornata  lunga, ed a malincuore lo salutiamo dandoci appuntamento per la serata in rifugio dove prima delle proiezioni si cenerà tutti insieme.

Iniziamo dunque la salita verso la prima delle quattro vette in programma, il Pizzo Berro, 2259 mt. una montagna dall’aspetto elegante e piramidale. 
Partendo dal rifugio del Fargno a quota 1820 mt. si superiamo la forcella Angagnola. 1925 mt. e da qui proseguiamo su un trato a mezza costa e poi su una bella cresta panoramica e in costante salita tra migliaia di fiori multicolori che sembrano fuochi d'artificio. L’ultimo tratto è abbastanza erto ma la bellezza dell’ambiente nonchè i superbi panorami in ogni direzione ci fanno dimenticare la fatica. 

Raggiungiamo la vetta dove ci riposiamo per una buona mezz'ora godendoci il paesaggio circostante e scattando qualche foto. Poi ripartiamo alla volta del monte Priora, la vetta più alta della giornata, a 2332 mt. che raggiungiamo dopo aver attraversato una lunga sella erbosa in un immenso ambiente prativo che ci ricorda la campagna scozzese. Dopo la sella, il terreno si impenna tra erba e rocce fino a raggiungere la vetta. Altra lunga sosta in vetta dove incontriamo due simpatici escursionisti con cui scambiamo impressioni e informazioni sui luoghi in cui ci troviamo. 

Dopo aver esplorato l'ampia vetta con interessanti affacci sulle sottostanti gole dell' Infernaccio, scendiamo di nuovo alla sella e risaliamo di poco su un comodi sentiero che sfiora un bel gruppo di stelle alpine appenniniche (Leontopodium nivalis) per portarci nuovamente alla forcella Angagnola. Da qui, ignoriamo il sentiero già percorso all'andata che prosegue dritto per il rifugio del Fargno e prendiamo quello a destra che risale l’evidente traccia che si snoda lungo il fianco del Pizzo Tre Vescovi. Qui, prima di affrontare la cresta sommitale, ci fermiamo a riposare in un accogliente angolo cosparso di rocce, che offrono un riparo dal sole e nello stesso tempo convogliano un venticello piacevole che ci ristora. Ci accomodiamo su un pezzetto di prato ricco di fiori in compagnia di simpatiche formiche un po' troppo vivaci, direi pure invasate, che incuriosite passeggiano su di noi. Cerchiamo di mangiare il nostro panino prima che ce lo mangino loro e poi proseguiamo per la vetta del Pizzo Tre Vescovi che ormai è prossima, la terza della giornata, dove campeggia una bella croce a 2092 metri di quota.  

Qui non ci soffermiamo molto, giusto il tempo di effettuare le foto di rito e poi via verso l’ultima vetta della giornata, il monte Acuto, vicino ma scomodissimo da risalire. Per raggiungere la sua vetta bisogna scendere dal Pizzo Tre Vescovi dal lato opposto rispetto alla salita, sfruttando un evidente sentierino che scende in una sella. Qui, in corrispondenza di una tabella, si sale a sinistra per un sentiero poco visibile per via dell'erba alta, fino alla vetta erbosa e piena di garofani selvatici di un bel colore rosso amaranto. Siamo a quota 2035 metri.

Come si dice in questi casi, stanchi ma felici, rientriamo al nostro campo base dove ci attende una serata molto interessante tra simpatici amici e le prelibatezze del rifugio.

Dati tecnici:
1000 c.ca metri di dislivello 

7 ore complessive comprese le soste
Q.ta massima 2332 metri
Q.a di partenza 1820 metri


Alba sul monte Bove


Pizzo Berro



Monte Priora e Pizzo Berro






 Vetta del Pizzo Berro, 2259 mt.











Croce di verta del monte Priora, 2332 mt.

Il monte Priora, 2332 mt.




Croce di vetta del Pizzo Tre Vescovi. 2092 mt.

Monte Acuto visto dal Pizzo Tre Vescovi

Monte Acuto, 2035 mt.

Il Pizzo re Vescovi, 2029 mt. visto dal monte Acuto, 2035 mt.



Il monte Bove, 2169 mt. al tramonto


io con il prof Heinz Steinkotter


Il nostro piccolo campo base


Crepuscolo sui monti Sibillini verso le colline dell'Umbria.
A destra il rifugio del Fargno, 1820 mt.





    

mercoledì 29 aprile 2015

Monte Jenca, 2208 m. (Gran Sasso d'Italia)

Gli assolati pendii che si innalzano sulla conca aquilana formano una lunga e compatta muraglia, la catena occidentale del Gran Sasso, un baluardo solcato da lunghi canali paralleli che dalla base salgono fin sulle creste sommitali, intervallate da una serie di vette quasi perfettamente coniche e allineate.
 
Qui la neve è la prima ad andare via, lasciando il posto ad estese praterie color ocra, dove i primi fiori di stagione iniziano a far capolino fra la fitta macchia bruciata dal gelo.

Alla base della muraglia corre una delle strade più belle e suggestive dell’intero Appennino che unisce l’antico borgo di Assergi con la strada per il Passo delle Capannelle.
Il nastro d’asfalto si insinua in un ambiente dal sapore bucolico, d’altri tempi, dove mandrie di animali da pascolo animano le praterie spingendosi dal fondovalle fin sulle cime erbose.
Macchie di pioppi secolari, segnano i fossati mentre fitti boschi di querce e conifere si alternano ad ampie radure dove vecchi stazzi e antiche masserie di montagna punteggiano le colline ondulate. 

Un piccolo gruppo di case si distingue tra tutte. E’ San Pietro della Jenca, una frazione di Assergi in cui si trova una piccola chiesetta di montagna, eletta da poco a Santuario, intitolato al Papa Giovanni Paolo II. Questo posto merita certamente una visita.

Procedendo lungo la strada, poco più avanti dell'incrocio di San Pientro della Jenca, si nota un cartello sulla destra con l’indicazione della Sorgente dell’acqua San Bernardo, a quota 1260. 
Qui si può parcheggiare in un amplio slargo. La vetta erbosa del monte Jenca è già visibile da qui. 
Il punto di partenza è caratterizzato dalla presenza di alcuni esemplari di pioppi plurisecolari che donano al sito una nota di interesse botanico. 

La giornata è serena. Non un filo di foschia e il vento è assente. L’unico suono che si ascolta è quello dell’acqua che scorre nel fossato e alimenta due fontanili.

Iniziamo la salita seguendo una comoda strada che costeggia il fosso, poi la lasciamo piegando leggermente a destra e rimanendo sempre nel vallone. 

Dopo circa venti minuti dalla partenza giungiamo ad un rifugio a 1410 metri di quota. Qui facciamo una breve sosta entrando all’interno della struttura dove troviamo un ambiente piuttosto ben curato e ricco di accessori per bivaccare in tutta comodità. 







Un soppalco abbastanza capiente permette ad almeno 6-7 persone di trascorrere la notte. 














Proseguiamo il nostro cammino aggirando il rifugio in ripida salita e puntando verso una formazione rocciosa costituita da una serie di grandi monoliti, unici in un ambiente quasi esclusivamente caratterizzato da praterie.

Da qui la salita rimarrà sempre molto ripida e costante per coprire i circa 700 metri di dislivello fino ai 2000 metri del Piano di Camarda.

Anche se esiste un sentiero, noi non lo troviamo e sfruttiamo i lunghi solchi paralleli lasciati dagli animali da pascolo che sul pendio hanno formato una sorta di immensa scala che risaliamo con fatica fino ad intercettare una strada carrozzabile alla quota di 1900 metri.  


Qui facciamo un incontro inaspettato e un po’ rischioso con una vipera appena risvegliata dal letargo invernale. Il suo soffio di avvertimento, forte e distinto, ci ha fatto capire che stavamo violando il suo spazio vitale. Se non fosse stato per il suo “grido d’allarme”, probabilmente l’avrei calpestata e le conseguenze non so se sarebbero state letali per lei o per me!
Per fortuna ci è andata bene e ci siamo limitati a fotografarla restandone in ogni caso affascinati.


La Natura è sempre ricca di sorprese, a volte non sempre gradevoli al primo impatto ma necessarie a comporre quello straordinario caleidoscopio che osservato nell’insieme ci affascina ogni volta. La consapevolezza di sapere che ogni elemento è necessario all’equilibrio di tutto l’ecosistema ci spinge ad amare anche le cose che il nostro istinto atavico tende a farci respingere.


Proseguiamo ora sulla comoda strada quasi senza pendenza che si infila nella sella tra il Pizzo Camarda e il monte Jenca. Il respiro ritorna regolare e le gambe si rilassano.
Passiamo davanti ad un grande stazzo quasi sepolto dalla neve. A causa dell’assenza di finestre, notiamo che all’interno la neve ha praticamente occupato ogni spazio e in alcuni punti è salita fin sui soffitti trasformando quella struttura in una sorta di neviera.



Dopo lo stazzo l’ambiente cambia totalmente assumendo caratteri alpestri e con la neve alta che ci costringe ad indossare le ciaspole. In poche decine di metri dallo stazzo giungiamo sul Piano di Camarda, una conca carsica a circa 2000 metri di quota, aperta e luminosa dove i due laghetti che ne occupano una parte, dormono ancora sotto una spessa coltre di neve e di ghiaccio.
Più a destra le vette dei due Corni e del Pizzo Intermesoli completano il quadro d’insieme.

Straordinario colpo d’occhio sul monte Corvo, uno dei più severi e quasi inviolabili giganti del Gran Sasso, con i suoi caratteristici archi rocciosi paralleli che ne disegnano il profilo tipico.

Mancano soltanto 200 metri di dislivello per raggiungere la vetta del monte Jenca che da qui ci appare come una bassa collina innevata.
Si sale gradualmente ed i panorami verso quelle montagne che dal Piano di Camarda già ci apparivano completi, assumono un aspetto ancora più aereo e incredibilmente spettacolare. 

Ed eccoci in vetta, a 2208 metri di quota.
Voltiamo lo sguardo verso nord ovest e il vicino monte San Franco ci appare in tutta la sua interezza. 
Poi guardiamo a nord, dove la tormentata superficie del lago di Campotosto colora di un azzurro intenso il paesaggio, sovrastato dall’innevato Monte di Mezzo, primo avamposto occidentale dei monti della Laga.
Più ad est il monte Corvo è il primo di una serie di grandi montagne che compongono un eccezionale panorama.



Restiamo in vetta poco più di un’ora ma il tempo come sempre in queste occasioni sembra volare, un po' come quel vento che nel frattempo si è alzato da est, abbassando la temperatura e sibilando tra le pietre ed i fili d’erba secca. Il cielo è completamente sereno. Decidiamo di scendere direttamente sui ripidi prati della dorsale ovest, ricollegandoci con il percorso fatto in precedenza, in pratica senza ripassare dal Piano di Camarda.



La montagna, da sempre scuola di vita, anche questa volta ha creato come tante altre volte l’occasione per confrontarsi con il compagno d’avventura del momento, facendoci esternare ciò che nella vita di tutti i giorni resta dentro di noi, bloccato dalla corazza trasparente che inconsciamente ci costruiamo per difenderci dalla vita e che qui, tra i panorami sterminati e queste pietre battute dal vento, trova libero sfogo.  











Dopo una lunga discesa giungiamo al fontanile dove ci bagniamo con l’acqua della sorgente, freschissima e invitante. 
Poi ci spostiamo di poco verso San Pietro della Jenca dove nell’invitante area di pic nic antistante il piccolo Santuario consumiamo pizze dolci e salate, annaffiate da birra fresca.




L’ambiente, inserito in una magnifica cornice di montagne innevate, prati verdi e alberi in veste primaverile ricoperti di fiori rende ancora più godibile quel momento.



E’ come se la montagna si fosse in un certo senso animata, dandoci una carezza finale dopo un itinerario tecnicamente impegnativo e spesso faticoso, anche se straordinariamente panoramico.












giovedì 5 marzo 2015

L'odore della neve

Dal caldo e accogliente abitacolo della macchina, la conca reatina ci appariva nelle prime luci del giorno già discretamente innevata e immersa in un’atmosfera quasi ancestrale, in un foschia grigio-azzurra che si posava immobile e leggera come un velo da sposa sulle campagne circostanti.

Giungiamo al piccolo paese di Vazia, la porta occidentale del Terminillo. Qui il manto nevoso era decisamente più consistente e di un bianco abbagliante sotto i primi raggi del sole. 

Proseguiamo sulla strada che sale decisa verso la montagna di Roma ma soltanto dopo il grande prato di Pian de Rosce, a poco più di 1000 metri di quota, il paesaggio diventa surreale, con i faggi carichi di neve fresca, caduta fino a poche ore prima.

La strada sale ancora e all’altezza del camping ci appare lo svettante campanile a cuspide della chiesa di San Francesco, che preannuncia l’abitato di Pian de’ Valli. Lo superiamo proseguendo verso il rifugio Sebastiani, ma la neve blocca il transito costringendoci a parcheggiare alla rotatoria.
L’imprevisto non ci disturba e ci adattiamo alla nuova situazione proseguendo a piedi verso il rifugio, immergendoci in un paesaggio bloccato dal gelo e immerso nella sua silenziosa immobilità, nel regno dell’inverno più severo.


Ed è qui che avverto l’odore della neve. Una sensazione, non qualcosa di oggettivo.
E’ un odore che non si sente con l’olfatto ma si percepisce con gli altri sensi. 

Difficile da spiegare ma lo abbiamo sentito tutti, provando la stessa sensazione di un qualcosa di indefinibile.
Prendo la neve in mano. E’ asciutta e impalpabile. L’avvicino al naso e percepisco quell’odore. 

Osserviamo il paesaggio intorno soffermandoci sui particolari, i granelli di ghiaccio che brillano al sole, il silenzio quasi ossessivo e percepisco ancora quell’odore così asettico.

Poi riprendiamo a camminare ed i nostri passi nella neve creano un frastuono che ci distoglie da quella sorta di contatto simbiotico con l’ambiente ma quell’odore si fa persino più forte con l’aumentare del ritmo del nostro respiro.
Raggiungiamo il rifugio dove bivacchiamo al lungo. 

Il programma era quello di salire sul monte Elefante ma ormai si è fatto tardi ed è quasi ora di pranzo.

Poi il rumore di un motore in lontananza spezza il silenzio. E’ uno spazzaneve che sta liberando la strada e risale lentamente i tornanti fino al rifugio. Dietro di lui c’è una breve fila di macchine tra cui quella di Maurizio, il gestore del rifugio, che da lì a poco più di un'ora ci preparerà la sua mitica polenta con la salsiccia.

Poi, dopo un caffè e una bella chiacchierata condita dalle sue celebri e accattivanti filosofie, di nuovo giù, lungo la strada fino alla macchina, a respirare ancora l’odore della neve. 








venerdì 23 gennaio 2015

Pizzo Camarda (Gran Sasso d'Italia) - una giornata perfetta

Il cielo è ancora pieno di stelle mentre guido in una fresca mattina di gennaio.
E’ un momento della giornata in cui prevale ancora il silenzio, prima che l’oscurità ceda il posto alla luce del giorno e il mondo riprenda le attività quotidiane con i soliti rumori che invadono la maggior parte degli spazi. Viaggio con l’autoradio spenta per godermi ancora quel silenzio e concentrarmi meglio. 

Sento addosso quella piccola dose di ansia sempre presente ogni volta che vado incontro ad una nuova esperienza, ma so che fa parte del gioco perché senza di quella sarei come un finto artista da palcoscenico che delude il suo pubblico recitando senza emozioni.

Mi dirigo senza correre verso il luogo di appuntamento dove troverò gli amici Caterina, Alessandro e Andrea che mi aspettano.

Lungo il tragitto mi sorprende la nebbia, dapprima come un fumo chiaro e lieve che dai fossati risale lungo il fianco dei colli, catturando la luce artificiale che illumina alcuni tratti di strada, poi sempre più densa ed estesa fino a ricoprire le pianure e invadere l’autostrada.
Diminuisco l’andatura cercando attentamente di individuare i segnali stradali che mi guidano fino al luogo dell’appuntamento. Alcune telefonate dei miei amici mi fanno capire di essere in ritardo e che mi hanno già dato per disperso ma alla fine mi unisco a loro, ci riuniamo in una sola macchina e ripartiamo tutti insieme verso l’Abruzzo.

Lungo la strada, il chiarore dell’alba tinge il cielo di rosa e la luce del giorno conquista gradualmente la scena.  Anche la nebbia sembra farsi meno fitta svelando profili di colline e montagne che ora ci appaiono più nitide e dai colori brillanti sotto un cielo dalle sfumature turchesi.

Il nostro viaggio in auto termina lungo la strada che va da Assergi al passo delle Capannelle, in un piccolo slargo dove parcheggiamo, in corrispondenza del bivio per il piccolo Santuario di San Pietro della Ienca, una deliziosa chiesetta di campagna che Papa Giovanni Paolo II frequentava in segreto per abbandonarsi alla contemplazione di quelle montagne che lui amava tanto. Il luogo è davvero straordinario, inserito in un contesto naturalistico e paesaggistico di grande suggestione, pace e serenità che andrebbe visitato almeno una volta nella vita.



Iniziamo a camminare carichi di entusiasmo, calpestando la terra ghiacciata di un largo sentiero che ben presto abbandoniamo per salire più direttamente verso l’imponente bastionata alla base della catena occidentale del Gran Sasso. 
L’erboso crinale risulta molto scosceso e inciso da profondi solchi oscuri e silenziosi che il sole ancora radente non riesce a illuminare e dove resistono lunghi nastri di neve modellata dal vento. Fitte macchie di profumati ginepri punteggiano la prateria e le mucche al pascolo ci rivolgono il loro sguardo assente ma curioso.



La salita è molto faticosa e il sudore si fa strada sulla nostra fronte incoraggiato anche da un tiepido sole che scalda l’aria. Il cono semi innevato del Pizzo Camarda ci appare a destra, sempre alla stessa distanza nonostante i nostri sforzi per raggiungerlo ma volgendo il nostro sguardo all’indietro, ci accorgiamo che la valle sotto di noi si allarga allontanandosi sempre di più, e questo è un buon segno.  

Dopo un ultimo faticoso strappo in salita, raggiungiamo un largo sentiero, quello ufficiale, che corre di traverso sul fianco della montagna e che di conseguenza attenua la pendenza e soprattutto la nostra fatica. Riprendiamo un po’ di fiato e con un passo più regolare e spedito giungiamo ad un rifugio abbandonato. Qui ci concediamo una breve sosta, curiosando all’interno della struttura dove scopriamo che le stanze  sono invase da una spessa coltre di neve entrata dalle porte e dalle finestre rotte. Proviamo ad immaginare che bella corrente d’aria doveva esserci all’interno del rifugio durante le bufere. In alcuni angoli delle stanze lo spessore della neve raggiungeva quasi l’altezza di una persona.
Usciamo dal rifugio e riprendiamo il nostro cammino percorrendo un largo avvallamento molto innevato e in lieve salita, chiuso ai lati da due rilievi da cui il vento aveva spazzato via la neve lasciando allo scoperto un fitto manto di erba gialla con alcuni cardi rinsecchiti dal capolino ripiegato all’ingiù, come in un lungo e infinito inchino.
La neve è più spessa ma si cammina agevolmente grazie alla superficie indurita dal gelo.



Brevemente giungiamo allo splendido Piano di Camarda, un sorprendente ambiente piatto e regolare che ci dà subito l’impressione di essere uno di quei luoghi ai confini del Mondo, che non si è capaci di ricostruire neppure con una spiccata immaginazione. 

Nel pianoro si adagiano due piccoli laghi ghiacciati tra praterie color giallo ocra e macchie di neve che ravvivano l’insieme. 

Il cielo azzurro contrasta con i prati bruciati dal gelo. Il sole si riflette con una luce abbagliante sulla superficie bianca e lucida dei laghi lungo le cui rive il vento ha modellato la neve in onde sovrapposte che si perdono nella pianura fino a confondersi tra la neve più distante.

Anche qui notiamo vecchi cardi dai fusti tutti piegati nella stessa direzione, come tanti soldatini arresi dalla violenza degli agenti atmosferici.  

Verso nord, un vasto e movimentato panorama si perde fino alla linea dell’orizzonte ma ciò che cattura lo sguardo e domina su tutto è la brillante superficie celeste del lago di Campotosto, circondato da un tripudio di alture, rilievi, macchie boscose, vette innevate e altri mille elementi dai diversi colori che creano il più bel quadro impressionista di sempre. 


Sul Piano di Camarda si supera la quota dei 2000 metri.
Lo attraversiamo da un lato all’altro raggiungendo la parte più orientale del prato, da dove ha inizio la cresta panoramica che ci porterà in vetta.

I miei amici mi distanziano con un passo più veloce, mentre io mi soffermo ancora per un momento accanto ad uno dei due laghi ghiacciati, quello più orientale e grande, per cercare qualche altra interessante inquadratura e scattare l’ultima foto.

D’improvviso un rumore metallico desta la mia attenzione, come di colpo sordo e forte che si ripercuote nello stomaco. Poi, dopo qualche secondo un altro, meno forte del precedente. E’ la superficie ghiacciata del lago che geme sotto la pressione del ghiaccio che si assesta. 
La voce del ghiaccio.
Mi fermo un attimo ad aspettare nella speranza di risentire quella “voce”, ma vedo i miei amici che si allontanano e devo affrettarmi per raggiungerli.




Affrontiamo l’inizio della cresta in ripida salita. Ultima fatica della giornata ma anche la più bella ed emozionante. Da questa posizione infatti, si svela il profilo di uno dei tanti giganti del Gran Sasso, il più arcigno per carattere, il più ostico da domare che se ne sta lì isolato da tutti, inviolabile come un tempio sacro, invincibile come il più valoroso dei soldati dall’armatura d’argento che scintilla al sole, riconoscibile tra mille montagne, con le sue rocce stratificate disposte in lunghissime bande orizzontali, il monte Corvo, 2623 metri di fiera bellezza.   


La visuale ci invoglia ancora una volta a sostare e scegliamo quella muraglia rocciosa come sfondo alle nostre foto. L’aria è limpida, il cielo è terso. La luce del sole rende la neve più bianca e brillante sulle rocce rossastre del monte Corvo creando bellissimi contrasti. Quasi ci dispiace lasciare quel balcone panoramico che offre così tanto splendore,  ma si deve proseguire per raggiungere la vetta che ormai è prossima.

Refoli di vento si alzano da est con raffiche talvolta anche molto forti. 

Il versante che percorriamo è esposto e non possiamo evitare il forte respiro della montagna. L’erba ondeggia con movimenti veloci mentre l’aria sibila tra le rocce basse. 

Proseguiamo piegando leggermente sul crinale occidentale, sempre in salita e sempre più prossimi alla vetta. 




Ormai manca davvero poco e la stanchezza viene annullata dalla consapevolezza di aver finalmente terminato l’impresa. Anche il vento sembra essersi attenuato. 

Alessandro e Andrea hanno già raggiunto la vetta, li vedo mentre trafficano intorno alla piccola ed elegante croce di vetta. Caterina è a pochi metri davanti a me ed io chiudo la fila. 
Giungiamo quasi insieme dopo pochi istanti.



In vetta il vento riprende a soffiare forte, sempre da est e sembra quasi un genitore apprensivo e protettivo che si preoccupa per noi e ci spinge lontani dall’immane strapiombo che precipita dal bordo della vetta fino a perdersi sul fondo della parete orientale.
















In fondo all’abisso c’è una selvaggia valle, innevata e ombrosa, poi altre immani pareti di roccia si elevano fino a formare una profusione di cattedrali di roccia, concatenate tra di loro grazie a creste che ne seguono i profili e poi precipitano di nuovo in basso formando altre strette valli che poi a loro volta si impennano alzandosi vertiginosamente fino a culminare con altre vette dagli eleganti profili. Vette celebri come il Pizzo d’Intermesoli, il Corno Grande e il colossale baluardo delle Malecoste, intarsiato da una miriade di pinnacoli rocciosi incrostati di ghiaccio, dove il volo fiero e roteante dell’aquila sottolinea la solennità di ogni elemento che compone il quadro.





E’ il cuore del Gran Sasso, un cuore di rocce, neve e ghiaccio, dove lo sguardo si posa e non può più distogliersi, come se l’osservatore attento e sensibile traesse nutrimento per alimentare la sua anima.

Verso ovest, le pianure, gli altopiani e le montagne lontane si susseguono in un continuo alternarsi di profili azzurri che sembrano sospesi sulle chiare foschie di fondovalle.  




I paesi sparsi nelle conche e in cima alle colline scandiscono il carattere più antropico del versante occidentale. 

La linea di cresta del Pizzo Camarda segna proprio il confine tra questi due mondi così diversi.
Dopo una sosta in vetta, ci apprestiamo a scendere di qualche decina di metri sulle dolci e ondulate praterie verso il dolcePiano di Camarda, dove anche il vento cala d’intensità permettendoci di pranzare in tutta tranquillità e riposarci. In una giornata così perfetta non poteva mancare il gusto di assaporare un pasto semplice ma ricco di prelibatezze, in gran parte condivise, come lo squisito pan giallo di Andrea e i due fragranti strudel di Caterina.

Il ritorno avviene per la stessa via di salita, con qualche variante che ci porta a percorrere uno stretto sentiero che zigzagando addolcisce l’estrema ripidità del versante e ci porta su un vasto prato in lieve discesa, ricco di macchie di ginepri profumati e altre piccole conifere.
Infine, raggiungiamo la larga via sterrata di inizio percorso che ci porta alla macchina.