mercoledì 3 settembre 2014

Gran Paradiso - traversata da Valnontey ai bivacchi Borghi e Martinotti

Tra i numerosi itinerari che partono direttamente da Valnontey, piccola frazione dell’alta val di Cogne, ho scelto di percorrere uno dei più rappresentativi ed emozionanti ma anche piuttosto impegnativo per lunghezza e asperità del sentiero in particolare dopo la seconda parte.
Oggi, ripensando al mio breve ma intenso soggiorno in Valle d’Aosta,  mi sento di dover dire che percorrendo l’itinerario per i bivacchi Borghi e Martinotti, ho fatto la scelta giusta visto che le nelle successive due giornate mi sono concentrato su itinerari più rilassanti e forse meno importanti dal punto di vista oggettivo anche se inseriti in contesti paesaggistici e naturalistici di grande effetto.


Il piccolo villaggio di Valnontey, prende nome dalle bellissima valle che lo ospita. 
Si parte proprio da qui.
La comoda e lunga strada reale, creata all'epoca dei sovrani di casa Savoia insieme alla riserva di caccia, inizialmente è quasi priva di dislivello. Si snoda in un ricco bosco di abeti e larici pervaso dal pungente odore di resina misto a quello più delicato e corposo della terra e di tutte le essenza del sottobosco. Il rumoreggiare incessante delle acque sotto forma di torrenti e cascate rappresenta l’unica colonna sonora dalla partenza fino al punto finale della traversata.



Alla quota di 1745 metri si attraversa la zona in cui sono presenti le bellissime baite Verniana, tipiche costruzioni di antica architettura rurale. La strada prosegue ancora con lieve pendenza tra gli ultimi larici e ampie radure che permettono una maggiore visibilità verso i solenni ambienti glaciali che occupano la testata della valle.



Con passo veloce, reso possibile dalla comoda strada, si giunge ad un ponte di recente costruzione e si attraversa il torrente per portarsi sulla sponda opposta. 
Qui termina la strada reale ed inizia il faticoso e lungo percorso che dapprima supera una serie di enormi massi franati e poi in ambiente sempre più interessante e spettacolare tra praterie d’alta quota caratterizzate da cuscinetti di salici prostrati che si uniscono a macchie di rododendri e ginepri con colpi d’occhio sempre più ravvicinati sui ghiacciai.




Ogni tanto il rumore di pietre che rotolano fa correre lo sguardo verso qualche lontano giovane stambecco o camoscio che si muove con agilità tra le rocce mantenendosi a debita distanza da me. 




A 2226 metri di quota si giunge al bivio per il bivacco Martinotti da cui passerò al ritorno compiendo un anello che inizierà esattamente da questo punto.



Dal bivio si inizia a risalire con percorso molto ripido ed a tratti difficile su una bella e panoramica cresa morenica che mi introduce molto gradualmente in un austero ambiente alpino di grande suggestione e solitudine.
Si giunge alla quota di 2571, punto più alto del percorso sulla cresta morenica.
Da qui, bellissimo colpo d’occhio sull’isola rocciosa su cui sorge il bivacco Borghi. Un’isola sospesa sul letto dell’antico ghiacciaio del Gran Croux che nei millenni ha modellato l’ambiente. Rimango un momento fermo ad osservare l’insieme degli elementi che caratterizzano il paesaggio.


Sotto di me vedo il bacino glaciale costituito da pietraie che mi appresto ad attraversare. Mi studio il percorso segnato dai bolli gialli. Fra le pietre scorrono lentamente piccoli torrenti da guadare saltando sulle pietre più grandi. Piccole pozze d’acqua dai colori cangianti si alternano a brevi nevai.

S i respira aria di sacralità.
La Natura è al massimo della sua espressione.
Non un particolare è degno d’esser trascurato. Ogni pietra, vetta, ghiacciaio, pozza d’acqua e nevaio fa battere forte il cuore. So che i brividi che pervadono tutto il mio corpo non sono dati dal freddo ma dalla forte emozione.
L’aria è calma. Non c’è vento e il sole anche se presente non brucia.

Decido di muovermi. Ormai manca davvero poco.

Scendo nel letto morenico e lo attraverso velocemente giungendo in breve alla base dell’isolotto sulla cui sommità è posizionato il Borghi. Inizio l’ultima faticosa salita.

Lo strappo finale degli ultimi 150 metri è particolarmente massacrante e lo affronto quasi a rallentatore ma mi trovo in un contesto talmente fuori da qualsiasi realtà ed immaginazione che ogni mia fibra muscolare, anche se reclama urgente riposo, non va assolutamente a condizionare il mio stato psicologico che ormai fa parte di un’altra dimensione e mi spinge a proseguire con regolarità e motivazione.
La fatica è immensa, il percorso è molto scomodo, su blocchi rocciosi da aggirare, alcuni instabili e placche lisce spesso fortemente incrinate. Manca davvero poco.

Finalmente ecco la struttura rosso arancio del Borghi che si staglia di fronte a me, sullo sfondo dei ghiacciai.
Sono a pochi metri. Mi stacco lo zaino dalle spalle e… mi guardo intorno.
Anche questa è fatta!
Salivazione a zero e tanto sudore.
Per me tutto il resto del mondo è qui. Oltre non c’è nulla.





Dal perfetto punto di vista in cui mi trovo, il mio sguardo spazia a 360 gradi posandosi sul vicino ghiacciaio della Tribolazione che si biforca in due straordinarie colate sebbene abbiano perso molto volume negli ultimi anni. Subito a destra si ergono imponenti i profili dell’Herbetet e della Grivola, poi tutta la Valnoney dalla testata fino alla base ed infine, alle spalle, lo scenografico ghiacciaio di Gran Croux simile ad un’enorme farfalla solcata da crepacci.


Ma lo sguardo è letteralmente catturato dal ghiacciaio della Tribolazione. La sua tormentata struttura glaciale è imponente in ogni particolare. Lungo tutto il bordo finale dei ghiacciaio, dove la sua fronte si incontra con la roccia, un numero imprecisato di cascate lo impreziosiscono come tante frange su una coperta damascata di rara fattura. Tante cascate che da qui appaiono come una moltitudine di fili bianchi, a volte fumosi, altre volte con contorni più netti ma sempre con una voce più o meno udibile, con un tuonare di acque lontane.


E come nelle più grandiose cattedrali gotiche, quando il suono degli organi che riecheggia nelle navate contribuisce a sottolineare la sacralità e la grandiosità dell’ambiente, anche qui un suono difficile da descrivere, aumenta il senso di grandezza. Sono i tuoni ed i boati provocati da tonnellate di ghiaccio che precipita dal ghiacciaio. Alcuni crolli fanno tremare persino il suolo sotto i piedi.  

Uno in particolare si stacca dal ramo destro del ghiacciaio della Tribolazione lasciando scoperta un’ampia area rocciosa dopo chissà quanto tempo che non vedeva la luce del sole. Al suo seguito, per almeno 5 minuti una cascata di neve e ghiaccio ha continuato a scendere alla base del ghiacciaio andando a formare una sorta di grande piramide bianca.




In un luogo così, il tempo e lo spazio vengono alterati. Trascorrono infatti due ore come se fossero pochi minuti! 

A malincuore lascio questo posto incredibile dirigendomi verso un piccolo e scenografico laghetto di fusione alla base del ghiacciaio del Gran Croux che avevo visto dall’alto del bivacco.




Dopo una breve sosta fotografica risalgo la morena ricollegandomi al percorso segnato e ripercorro parte della cresta morenica. 
Sono in vista del bivacco Martinotti, in lamiera e di color grigio chiaro.
Scendo sul versante opposto della morena, perdendo circa 100 metri e successivamente risalgo un canalino che ben presto
  mi porterà sullo sperone roccioso che ospita il Martinotti, alla quota di 2588 metri.



Da qui la vista dei ghiacciai Gran Croux e Tribolazione è leggermente più ampia grazie alla posizione leggermente più distante rispetto al Borghi. Mi trattengo per poco tempo e riscendo per il canalino di salita usando le mani come per l’andata. Seguo i chiari segni gialli sui massi per completare l’anello, percorrendo un difficile e ripido sentiero tra rocce, brevi cenge e canali usando spesso le mani. 
Alla fine raggiungo il bivio tra il Borghi e il Martinotti a quota di 2226 da cui ero passato qualche ora prima e mi ricollego all’itinerario del ritorno che con un lungo sentiero attraversa il fondo della Valnontey.






Che dire. Sicuramente ho effettuato l’escursione tra le più belle, ricche ed emozionanti  fatte sulle Alpi negli ultimi 20 anni. Credo basti soltanto questo.
E grazie per avermi letto fin qui. E’ stata una bella impresa anche la vostra! 


Qualche dato tecnico 
Segnavia 22-22E-22F
Partenza da: Valnontey
Arrivo: bivacco Borghi e successivamente Martinotti
Quota partenza: mt. 1670
Quota arrivo: mt. 2686
Dislivello: mt. 1100 c.ca
Tempo totale: 8 ore c.ca
Lunghezza: 18 km. c.ca 






giovedì 12 giugno 2014

Il monte Sirente dalla val Lupara e la cresta sud fino ai monti di Canale e San Nicola


Per me ogni salita in montagna ha la propria singolarità, il proprio carattere, anche salendo su sentieri già percorsi, da solo oppure con i compagni d'avventura di sempre.

Poi ci sono quelle montagne che hai sempre osservato dal basso o visto soltanto nelle numerose immagini che ci propone internet, montagne desiderate da sempre e che ti prometti di risalire un giorno ma che poi rimandi o peggio, ti organizzi con gli amici e poi puntualmente si rimanda ed i giorni trascorrono insieme al desiderio che aumenta sempre di più.

La mia storia con il Sirente fino a pochi giorni fa, assomigliava molto ad un rapporto tra genitori un po' autoritari e poco permissivi e un figlio piccolo che chiedeva sempre di portarlo al Luna Parck senza che fosse mai accontentato. Questa volta però, ho voluto ribaltare la situazione non chiedendo nulla a nessuno, facendo io stesso il genitore e così, durante un'escursione, parlando dei miei sogni nel cassetto con l'amico Alessandro, è venuto fuori il monte Sirente.
Alessandro ha subito capito che per me la salita sul Sirente non rappresentava un capriccio, una banale spunta sulla tacca di un elenco di vette da conquistare, ma qualcosa di più intimo, un vero desiderio di quelli che ti prendono una volta e non ti lasciano mai più finchè non li realizzi. E così è stato. Finalmente quel giorno è arrivato.

Quasi come un regalo con gli interessi maturati dopo la lunghissima attesa, ben sette anni di pianificazione, l'escursione che abbiamo organizzato non ha toccato il classico itinerario battuto dalla maggiorparte degli escursionisti ma una sorta di full immersion in tutti gli ambienti della catena del Sirente, percorrendo quasi l'intera cresta e gli ampi prati alla sua base.
Circa 25 km. di percorso tra i più belli ed entusiasmanti dell'intero Appennino, con un dislivello totale di 1600 metri e 9 ore di marcia. Grandi numeri per una giornata che meritava di essere vissuta in maniera intensa non solo fisicamente ma anche e soprattutto dal punto di vista emozionale.

Ecco di seguito la descrizione del percorso.
Si parte dallo Chalet del Sirente, una gradevole costruzione da poco restaurata, posta a 1150 metri di quota, a 12 km. da Rocca di Mezzo in direzione Secinaro, percorriamo il sentiero n. 15, segnato con vernice bianco/rossa, che si snoda in una giovane faggeta. Dopo poche decine di metri superiamo a destra il sentiero che proviene dal Canalone Majori ma non lo seguiamo e procediamo dritti.
Il sentiero ufficiale si confonde spesso tra alcuni incroci. Bisogna fare bene attenzione a non perdere le indicazioni con i segni del cai. Effettivamente in un paio di punti si rimane perplessi su dove procedere.
La via si fa molto erta, tanto da farci guadagnare in un tempo relativamente breve 500 metri.

A quota 1650 metri giungiamo in una piccola radura in cui il diradarsi del bosco ci consente di osservare un primo assaggio degli straordinari sistemi rocciosi che più avanti diverranno più completi e impressionanti. Il sentiero si infila di nuovo nel bosco ma per fortune ne esce quasi subito terminando definitivamente alla quota di 1700 metri in un terrazzo erboso e panoramico dove si osserva una delle più emblematiche e suggestive immagini rappresentative dell'Appennino, nel suo aspetto più alpino possibile.




Seguiamo l'evidente sentiero ben segnato che aggira una bella dorsale a mezza costa, poi attraversiamo un magnifico prato ricco di fioriture fino ad affacciarci su uno sperone roccioso al cospetto della solenne val Lupara, un lungo canale dall'aspetto severo e selvaggio, fatto di ghiaie, rocce e nevai.
A quota 2000 il sentiero si fa più ripido. Incontriamo una lingua di neve che ci ostacola il passaggio, la aggiriamo nella parte più bassa perdendo un po' di quota, proseguiamo sempre in forte salita fino a 2200 metri dove un altro nevaio copre completamente il passaggio e sopra di noi una corona di rocce quasi verticali ci separa dalla cresta.
Scelgo un invitante camino roccioso con passaggi di 1° e 2° grado che molto brevemente mi permette di superare il breve salto roccioso. Alessandro dietro di me segue i miei passi con entusiasmo grazie a questa variante che ha aggiunto maggio carattere all'intera escursione.
Raggiungiamo così gli straordinari ambienti sommitali.





Una volta giunti in questo nuovo ambiente, l'impatto emozionale è forte per chiunque, ma per me rappresenta oltre che una normale conquista al livello tecnico, anche un riscatto personale dopo anni di tentativi falliti e progetti spesso inascoltati e sottovalutati da parte di chi riceveva le mie proposte. 
La mia lunga attesa era stata finalmente premiata, lo stupore di osservare quell'ambiente così incredibile e inatteso, sicuramente al di là delle mie aspettative mi ha generato emozioni che si accavallavano in un divenire sempre più intenso fino a sfociare in quella commozione pura che già in altre occasioni mi aveva catturato. 
Si, perchè le lacrime non fanno parte soltanto del dolore, ma sono anche una sublimazione della felicità e soprattutto di una lucida consapevolezza per essersi finalmente liberati da una condizione di blocco che da tanto tempo mi costringeva a vivere nel desiderio di un qualcosa che non si era mai potuto realizzare e che per assurdo, non mi permetteva di assaporare appieno tutte le altre cose belle che la Natura mi proponeva in altre esperienze.
Lacrime dunque, ma la montagna fa anche questo. Non mi stupisco. Fa parte di questo straordinario gioco.

La cresta rappresenta il confine di due mondi completamente diversi.
A sud ovest le vaste praterie d’alta quota che degradano dolcemente e senza ostacoli, movimentate da qualche gruppo di cavalli al pascolo tra tappeti di fiori multicolori e residui nevai spesso uniti a piccoli laghetti di fusione dai colori pastello.
I dolci prati sommitali si interrompono bruscamente a est lungo una linea di circa 14 km. tra spettacolari e selvaggi balzi rocciosi spesso interrotti da splendidi canali che ricadono a precipizio sul versante est dove la neve è ancora piuttosto presente.



Giunti in cresta, ci muoviamo verso destra, su prati e rocce in direzione della vetta che in poco più di mezz’ora raggiungiamo. Il clima è davvero perfetto. Sembra che il Sirente ci abbia accolto come un padre affettuoso, dedicandoci tutte le attenzioni possibili perché ognuno di noi aveva un conto sospeso con questa montagna così particolare. Abbiamo scelto proprio la vetta come nostro bivacco in un ambiente davvero grandioso, in ottima compagnia e in assoluta solitudine.  




  


Dopo una buona mezz’ora di meritato riposo, abbiamo lasciato a malincuore la vetta ritornando verso il punto in cui eravamo sbucati dal canalino. Lo superiamo proseguendo sugli sterminati prati a filo di cresta in direzione sud toccando tre anticime oltre i 2000 metri senza nome rispettivamente di 2325, 2210 e 2207 metri e successivamente la cima del monte di Canale, 2151 metri e il monte San Nicola, 2012 metri, ultima elevazione verso sud dell’intera catena.


La croce del monte San Nicola abbattuta dal vento

La croce che abbiamo ripristinato
Dalla vetta del monte san Nicola i segnai del cai presenti sull'intera cresta scompationo e ad intuito scendiamo verso ovest per incontrare il sentiero della sottosante val d'Arano, ma ci sbagliamo e dopo essere scesi di  300 metri tra difficili ghiaie mobili, incontriamo un piccolo sentiero che ci porta sul un modesto rilievo nominato sulla carta come monte Briccialone, 1706 metri. 



Da qui osserviamo "a vista" la carrareccia della sottostante valle a est della dorsale che sulla carta corrisponde alla strada sterrata che attraversa il Piano di Fonte Canale. 
Per arrivarci dobbiamo perdere 400 metri e attraversare una fitta faggeta senza sentiero.
Ci immergiamo così in questa complicata azione da pura wilderness, giungendo stanchi e sudati alla strada che percorriamo come ottimo defaticamento per molti chilometri.



Raggiungiamo il laghetto di Fonte Canale e successivamente il bellissimo fontanile dove ci ristoriamo. 


Da qui molti cartelli del Parco Regionale indicano la direzione da seguire e lo Chalet del Sirente.
Lasciamo la sterrata per camminare sui morbidi prati del Piano di Fonte Canale attraversandolo tutto per la sua lunghezza fino ad un restringimento della valle dove notiamo le tracce del passaggio di alcuni fuoristrada. Le seguiamo perchè vanno nella nostra stessa direzione e ben presto ci introduciamo in un nuovo ambiente. Gli ampi e luminosi prati cedono il posto ad una stretta valle boscosa, la valle del Condotto che seguiamo su sentiero largo ma molto dismesso fino a raggiungere lo chalet e la nostra macchina.



Da segnalare la rigenerante sosta-ghiacciolo in un delizioso bar del centro di Rovere, giusto per dire che non ci siamo fatti mancare niente e che la giornata è stata perfetta in ogni suo piccolo e grande aspetto. 

Grazie Alessandro per avermi permesso di concretizzare finalmente il mio desiderio e soprattutto grazie Montagna! 

 








sabato 14 aprile 2012

Gli alberi

L'albero è l'emblema della Natura.
E' quello che si nota per primo mentre passeggiamo o viaggiamo.
E' l'elemento più importante di un paesaggio, che salta all'occhio di chiunque, anche dei più distratti.


Fin da piccolo sono stato attratto dagli alberi.
Li osservavo nei boschi con la testa sempre rivolta all'insù, rapito dal loro fascino, immaginando quale effetto potevano avere magari piantati altrove ad esempio in un angolo della città, in un parco, nel mezzo di una rotatoria o in un giardino che non ne avesse uno.


Lo faccio anche adesso e persino con maggiore attenzione improvvisandomi
un arredatore o architetto dei giardini.
E' un "vizio" che non riesco a farmi passare...  ma perchè poi divrei farmelo passare?
Magari lo avessero tutti! Sono sicuro che si eviterebbe di tagliare tanti alberi inutilmente.




Quando cammino sui miei sentieri in montagna vado alla ricerca dei grandi alberi.
I più belli li trovo sempre lontani dai boschi. La solitudine li rende perfetti e colossali.

Loro hanno bisogno di tanto spazio per allargare le loro membra verso l'infinito.

Sotto la cupola verde di un grande albero mi sento più protetto ma non soltanto. Sono consapevole che in quello spazio occupato dall'albero si sviluppano decine di forme di vita diverse. E' un microcosmo di profumi, colori, suoni e vita.  

L'odore del muschio, della terra, dei fiori, del legno agisce meglio di una terapia anti stress.



Nella solennità di un bosco secolare ogni cosa assume un significato diverso. I secoli sono racchiusi all'interno dei tronchi come in una scatola magica che nessuno ancora ha saputo aprire e leggere.




Amo gli alberi perchè rappresentano la forma di vita più bella e completa.
Loro traggono nutrimento dalla terra. Hanno l'incredibile capacità di trasformare i minerali in sostanze vive come le foglie. Chi altro essere vivente può farlo?

Non c'è poesia più bella di un albero perchè l'albero stesso è poesia.

Qualsiasi posto, anche il più squallido e triste, se c'è un albero appare meno crudo. L'albero riesce ad ammorbidire e arricchire un paesaggio.


le colonne che reggono il cielo

Grandi colonne che sorreggete il cielo,
sono qui davanti a voi e vi ascolto.
Raccontatemi la storia del bosco e dei prati,
delle notti di tempesta,
delle bufere,
della neve e del vento,
dello schianto del fulmine,
degli arcobaleni.

Patriarchi del bosco,
raccontatemi le storie di banditi e viandanti che qui hanno trovato riparo
di amanti fuggiti, di sussurri e carezze,
di feroci assassini e stanchi pastori.

Voi, silenziose creature nel silenzio,
nei secoli ad assorbire l’essenza della vita
per raccontarla a chi la sa ascoltare.

fabrizio di meo






lunedì 2 aprile 2012

Il richiamo della Sibilla

Quando poco più di 20 anni fa decisi di effettuare la prima vera escursione in montagna, scelsi il sentiero che portava sul monte Vettore, nel gruppo dei monti Sibillini. Sarà il ricordo della mia prima esperienza e le emozioni che provai nello scoprire un mondo tutto nuovo, che queste montagne rappresentano per me una sorta di culla in cui abbandonarmi, un rifugio in cui nascondermi e comunque qualcosa da condividere con pochi.

Il vento abita qui, su questi rilievi dalle lucenti praterie color ocra brillante.
Soffia, sibila, tuona persino. Tenta di spingerti a terra mentre cammini.

Non ho mai visto gli uccelli battere le ali qui, in qusti luoghi.
Cornacchie e rapaci sembrano tanti aquiloni trascinati dal vento come quei parapendii colorati che solcano il cielo di Forca di Presta e si spingono fin sulle creste del Redentore.
Agli uccelli qui non serve battere le ali, c’è abbastanza vento per lasciarsi trasportare senza effettuare nessun movimento.
Alcuni si oppongono alle correnti restando fermi sempre nello stesso punto, giocando con le correnti. Straordinario effetto!


Di consuetudine seguo spesso il sentiero che sale fino al rifugio Tito Zilioli posto a 2240 metri di quota, attraversando praterie di erba secca che il vento pettina formando delle onde in movimento. A maggio sono punteggiate di blu, quando le fioriture delle genziane sono al massimo. 
Da lassù posso scegliere fra tre alternative:
1 - salire sul monte Vettore;
2 - scendere nella valle del lago;
3 - salire sulla cresta del Redentore.

I primi anni in cui passeggiavo tra questi monti ero attirato dalla massima elevazione del gruppo, il monte Vettore, ma con passare del tempo mi resi conto che non sempre il punto più alto di una montagna riservava le massime emozioni.  
Percorrere la cresta del Redentore infatti, significava godere di tutte le espressioni di queste montagne, in particolare dei panorami.  
Osservare dallo stretto filo di cresta il mirabile disegno del Pian Grande di Castelluccio dalle policrome geometrie, è qualcosa che ti scava dentro l'anima al di là di qualsiasi spettacolo.. Camminare sullo stretto filo di cresta equivale a volare.


Quando mi trovo quassù non ho nulla da invidiare al falco oppure alla poiana. Mi sento come uno di loro. La Natura mi tende la mano e mi abbraccia. Le montagne si lasciano scoprire mostrandomi il loro segreto. E da qui, guardando all'interno dell'altopiano si scopre facilmente...
L’occhio di smeraldo.





Un occhio quasi sempre di ghiaccio ma che per pochi mesi si mostra con le più belle tonalità di azzurro, turchese e verde, a seconda dell'inclinazione solare.
E' il lago Pilato.
Incorniciato dalle stelle alpine appenniniche, protetto dalle immani pareti del Pizzo del Diavolo e del Vettore, quell’occhio verde-azzurro, attira come il canto delle sirene tutti gli escursionisti che si spingono fin lassù.

Non a tutti però è dato di osservarlo. Sono in tanti coloro che partono anche da molto lontano, spinti dalla curiosità e dalla voglia di vivere un’esperienza unica ma in realtà pochi di loro riescono ad osservarlo a distanza e meno ancora a raggiungerlo. 
Non è facile avventurarsi per quei sentieri così lunghi ed erti. E poi spesso non aiuta neppure il clima. Vento, nebbia, nuvole sono le sentinelle che sbarrano il passo agli intrusi. Chi merita davvero di poter godere della magica visione del lago potrà considerarsi veramente un eletto.
La Sibilla non apre a tutti le porte del suo castello. 


Può accadere infatti che lei, per qualche ragione a noi sconosciuta, ci respinga. Ed ecco allora che all’escursionista si presenta davanti agli occhi la più triste e grigia atmosfera che la montagna possa offrire. Mi è capitato soltanto una volta di giungere al lago e trovare un'atmosfera fredda, grigia e cupa, ed in effetti quel giorno non avevo l'animo sereno. Era come se lo spirito di quel magico sito stesse comunicando con me rispettando la circostanza. Davvero incredibile.



Da quella volta ho amato ancora di più quella sorta di cattedrale naturale. Un luogo dove continuerò sempre a tornare perchè mi attrae e in un certo senso mi chiama.  
E' il richiamo della Sibilla.

Ci ritornerò tante altre volte da solo oppure con le persone che lo sanno apprezzare e soprattutto viverlo con gioia, animo sereno e con l'ingenuità di un bambino che ama scoprire le cose, come succede ogni volta a me.   


  

lunedì 1 agosto 2011

Le Fiamme di Pietra


E' l'alba del 31 luglio 2011 
E' ancora presto...  credo le 5,30 o poco più.

Mentre la luce del giorno inizia ad impattare sul Gran Sasso, il mio sguardo si posa su ogni dettaglio di quelle straordinarie rocce. Percorro con gli occhi tutta quella parete, mi soffermo tra le singole pieghe e sui balzi rocciosi che divetano sempre più rossi ad ogni minuto.

In attesa che gli altri compagni d'avventura escano fuori dal rifugio dopo una notte quasi insonne, io resto là sulla terrazza a gustarmi l'aria fredda in una luce mai vista prima.

Sono uscito per primo.
Volevo essere là, pronto a raccogliere i primi raggi del sole.
Guardo verso il mare.
Da quassù si vede bene la linea di costa che si schiarisce all'alba.

Con gli occhi insabbiati di chi ha dormito soltanto mezz'ora, mi volto di nuovo verso quella parete rocciosa.
Mi soffermo verso un punto in particolare.
"Quelle si chiamano Fiamme di Pietra" - penso io.
Non è difficile capire il motivo.
E' un nome giusto.

La Natura ha modellato e bloccato quel fuoco sulle rocce quasi come se volesse mostrare nei secoli l'emblema di qualcosa di bello e irripetibile.
Anche per me quella giornata è stata la conclusione di un ciclo straordinario, le cui immagini resteranno per sempre stampate nella mia mente, pietrificate come quelle rocce.